I blog e il tramonto della qualità dell’informazione

I blog e il tramonto della qualità dell’informazione

3808
15
SHARE

ec25d0b99f5452698991c6bd43cde3dcCosa si fa se si pubblica una notizia sbagliata o non corretta? Si corregge, è ovvio, si dirà. Sì, è ovvio ma non nel mondo dell’informazione online. Il sistema dell’informazione digitale ha consolidato una serie di cattive pratiche, alcune imputabili a un mal interpretato ruolo di “libera voce” che si assumono i blogger e che si risolve in una sostanziale mancanza di consapevolezza e responsabilità del proprio ruolo, oltre al non rispetto delle più elementari regole deontologiche del “fare informazione”.

Il blog è, oggi, un luogo web dove ognuno può e deve esprimere il proprio pensiero. Andrebbe bene se ci si limitasse, appunto, ad esprimere il proprio parere ma il più delle volte i post danno notizie, interpretazioni di fatti e situazioni, stigmatizzano o informano su scelte politiche o aziendali. Questa attività a metà fra il vecchio editoriale e l’informazione si svolge spesso su blog che sono percepiti e vissuti come luoghi dell’informazione, seguiti da migliaia di persone, in grado d’influenzarne le opinioni, media insomma, nella definizione accademica.

Sarà che per molti vale l’assioma che “blogging non è giornalismo” ma non si prendono in considerazione basilari regole deontologiche, per esempio quella del contraddittorio. Si scrive il post, costruendolo magari su fonti non verificate, spesso tratte dal web o semplicemente dando sfogo a una propria idea o interpretazione e si pubblica. Fa niente se poi si scrive qualcosa di non corretto o peggio assolutamente falso e soprattutto non si dà la possibilità al soggetto protagonista negativo di quel post, che so, magari un’azienda, di comunicare la propria posizione o, più semplicemente, di dimostrare che quella notizia non sia vera.

“Ma come – mi viene sempre risposto – sono aperto al dialogo, se mi dimostri che sbaglio ridiscutiamo il post”. Fare informazione non è un processo penale, se sono parte in causa di un articolo, di un’informazione ho il diritto di essere interpellato prima e quantomeno di vedere la mia posizione pubblicata. Se poi, a seguito di una semplice verifica, la notizia si rivela infondata, ho il diritto di non vederla pubblicata e il blogger il dovere di non pubblicarla. Ma se proprio si è pigri, almeno, di fronte alla dimostrazione fattuale che parliamo di qualcosa di inesistente, ho il diritto di veder sparire quel post.

Nella blogosfera troppo spesso l’onere della prova ricade sempre su chi “subisce” il post. Un onere a posteriori, che è necessario attivare dopo che il post è già online, magari ormai già bello che diffuso sui social network. Il “dopo”, online, significa irrecuperabilità del portato valoriale dell’informazione. Migliaia di persone hanno letto e condiviso quel contenuto e anche se, come mi è successo più e più volte, alla fine si ottiene di modificare il post e di correggere l’errore, ormai il danno è fatto. Non si può certo andare a riprendere, una per una, le persone che sono entrate in contatto con il post errato ed è fantascienza pensare che chi abbia letto una volta torni a vedere se ci sono modifiche. Tutto questo senza dimenticare che il post modificato non viene certo condiviso nuovamente.

E allora ecco i blogger che scrivono post al vetriolo contro una banca, rea di aver quasi condotto al suicidio un piccolo imprenditore, che pure aveva, a suo dire, vinto più volte in tribunale, salvo poi scoprire che, in realtà il tribunale aveva dato ragione alla banca. Sentenze alla mano (inviate via mail dall’ufficio stampa della banca) gli stessi blogger si rifiutavano di modificare o mettere offline il post (ne avevo scritto qui). Quello che accusa una grande azienda di deturpare un monumento con un immenso cartellone pubblicitario, salvo poi essere messo di fronte al fatto che si trattasse del cantiere di un restauro, la cui responsabilità non era dell’azienda. Ovviamente il post è ancora online, intonso. E ancora quello che accusa un’altra grande azienda di radere al suolo le foreste tropicali, salvo poi essere messo di fronte alla prova che così non fosse. In questo caso è stata pubblicata la rettifica, sulla cui assoluta inutilità come strumento sul web scriverò poi. Comunque una rettifica è stata pubblicata ma costruita su materiale ufficiale serenamente rintracciabile in Rete. Non dico una telefonata all’azienda ma una ricerchina su Google, prima di scrivere, no?

Le più elementari regole deontologiche prevedono che chi informi debba verificare a fondo le fonti e dare la possibilità del contraddittorio, non scaricare l’onere della prova una volta che la notizia è pubblica. Già ma i blogger, sosterranno in molti, non sono giornalisti (spesso lo sono, a dir la verità) ma fanno informazione, dico io, e dovrebbero esserne consapevoli e quindi rispettare regole che prima che essere deontologiche sono di correttezza e buon senso.

Questo scenario si aggrava quando si parla di blog che risiedono sulle piattaforme di mainstream: Huffington Post, Linkiesta, Il Fatto quotidiano, Wired, Espresso, Repubblica, Corriere, Sole24Ore. In questo caso il confine fra blogging e giornalismo è davvero labile e i vari blogger assumono l’autorevolezza della testata che li ospita.

Siamo così di nuovo al punto iniziale: fare blogging è fare o no giornalismo? In questo senso è la domanda che è posta male. Fare blogging vuol dire, ormai, fare informazione. Chi si assume l’onore d’informare, con o senza tesserino professionale in tasca, deve assumersi anche l’onere di fare buona informazione, verificata e accurata, rispettosa della verità e delle parti coinvolte e con la piena consapevolezza della responsabilità che consegue dal grande potere che il Web ci regala. Non si tratta solo di uno sfogo di chi, come me, è pagato per tutelare la reputazione di un’azienda, ma di un danno pesante alla credibilità dell’intero sistema dell’informazione sulla Rete.

15 COMMENTS

  1. è un confine sottile, tra fatto e opinione. posso scrivere che secondo me un prodotto fa schifo o dovrei discutere il post prima con l’azienda? lo può fare uno pagato per quel lavoro, non io che scrivo nei ritagli di tempo. se tutti dovessero fare un lavoro
    di quel tipo, sarebbe molto limitata la libertà d’opinione in rete. e tra la libertà d’opinione e la reputazione di aziende innocenti trovo la prima prioritaria.

    • Gianluca non è certo in discussione la libertà di espressione o di critica. Se voglio criticare un prodotto perché non mi piace e argomento la mia posizione ben venga. Il solo fatto per un’azienda di produrre qualcosa per qualcuno la espone giustamente alla critica dei propri stakeholders. Altra cosa però quando ti poni nell’ottica del fare informazione, come gli esempi a cui accennavo. In questi casi la questione è molto delicata. Se dai una notizia la devi verificare e devi garantire il contraddittorio, soprattutto se sei seguito e quindi visibile

  2. Daniele, il codice deontologico (ma meglio ancora: la legge) ha senso per quelle professioni che esercitano un grande e sproporzionato potere nei confronti della propria “clientela”: medici, forze dell’ordine, giornalisti della carta stampata, pubblicitari, etc. Ma un blogger nei confronti di una azienda? di una banca? Mi viene difficile pensarlo in una posizione di potere; a meno che non abbia ragione (e.g. Dell Hell).

    • Gaspar, il potere di un blogger è reputazionale in maniera attiva verso la propria community, piccola o grande che sia, in maniera passiva verso il soggetto della sua informazione. Non è rilevante, a mio avviso, il numero n’è la dimensione, sto facendo un discorso di principio. Altro è analizzarne quantitativamente gli effetti

  3. Ciao Daniele,
    credo che il “potere” di blogger o di super recensori verso un’azienda dipenda molto da come l’azienda reagisce alle critiche ( o ai complimenti).

    A parte questo, qual’è oggi il confine tra fare informazione e scrivere una libera critica/recensione?
    Se per il lettore il tuo post ha una portata informativa sufficiente perchè venga considerato credibile, non dipende forse da un semplice fatto di fiducia nei confronti di chi scrive? Se poi il blogger è scemo e non si informa scrivendo strafalcioni probabilmente perderà la fiducia dei lettori e quindi la sua rilevanza…almeno spero.
    Per me quindi non esiste nessun “blogger power” ma un “people power” con cui bisogna fare i conti. 🙂

    • Nicola, non devi pensare a strafalcioni evidenti, ti basti pensare al fatto che i blogger scrivono per il loro pubblico di riferimento, le loro communities e spesso tendono a forzare le notizie affinché possano essere quelle che il loro pubblico si aspetta di ascoltare. Così si tende a forzare i fatti, a trasformare in notizie gradite, fatti che non lo sono affatto. Basta evitare di verificare quando magari la verifica stessa t’impedirebbe di scrivere attaccando a palle incatenate. I meccanismi sono più sottili. Il people power esiste ma non in maniera così netta

  4. [riprendo da twitter] Bel post, dà ottimi spunti. Difficile dare risposta univoca. Credo sia questione di autorevolezza e reputazione come per tutti. Penso che dovrebbe essere la normalità quello che scrivi. Se poi uno non agisce di conseguenza, si riflette inevitabilmente sulla percezione che il suo pubblico di riferimento ha su di lui. Le smentite o le rettifiche comunque girano.
    Dal punto di vista quantitativo va ricordato che la forza dei Social Media è che il contenuto è sufficiente a volte per partire da pochi lettori a un pubblico enorme. E qui c’è il problema dei media tradizionali: strillo di una notizia in prima pagina, rettifica qualche giorno dopo in un trafiletto. Le differenze con i Social Media sono evidenti ed è qui la diversa sensibilità di blogger che possono lavorare sulla propria reputazione. Per me le rettifiche – saltuarie, sporadiche, argomentate – influenzano la percezione di autorevolezza.

  5. Fare blogging è comunicare, così come lo è parlare. Comunico con un testo scritto. Poi posso essere blogger, opinionista, scrittore… allora le interviste? Sono “giornalisti” anche gli intervistati?
    Sicuramente la categoria dei giornalisti è ancora più indebilita da questo prolferare di scrittori professionisti! 😉

  6. Purtroppo è accaduto recentemente a me che una giornalista abbia scritto il falso nei miei confronti e – di fronte all’irrefutabile prova da me esibita che essa aveva messo nel blog delle opinioni che io non avevo mai espresso (esiste registrazione !) – si sia rifiutata pervicacemente di ammettere pubblicamente il suo sbaglio, insistendo addirittura che avrebbe chiamato dei testimoni (sic!) … e ovviamente costringendomi in tal modo, dopo aver chiesto almeno una lettera di scuse in privato (!!) ad adire l’Ordine ed l’Autorità Giudiziaria. Può capitare a tutti di sbagliare, ma mantenere pervicacemente e di fronte allo sbalordito pubblico che mi dava ragione la sua idea, testimonia una evidente “vis ledendi”. Mi chiedo se questa sia professionalità ….Prof. dott. Antonio Augusto Rizzoli

  7. E se il blog – come tutto il web – lo mettessimo in relazione con “l’acquisizione di (nuova) conoscenza?”.
    L’invenzione del web non è stata stimolata da obiettivi come “fare informazione, o e-quel-che-ti-pare [e-commerce … eccetera]

  8. Il discorso è anche falsato da due fattori: il fatto che alle domande di un blogger di massima non risponde nessun ufficio stampa (a meno che non sia una firma di un giornale che mantiene anche un blog), il blogger viene contattato solo se genera commenti negativi e sale nella SERP. Secondo punto, bisogna chiarire la definizione di giornalista, che in Italia è legata all’appartenenza all’ordine. Se l’ODG non esistesse tutti dovrebbero ispirarsi a una deontologia e a un’etica “da” giornalista. Ma in Italia c’è un solco tra chi è professionista e chi non lo è. Si aggiunga infine che gli stessi giornalisti sparano il titolone in prima pagina e poi correggono in 30esima con una breve…in questo caso il danno è decisamente maggiore contro ogni deontologia.

  9. Diversamente da altri social tipo facebook, collettori di opinioni liberamente espresse, i blog tendono a distinguersi per una sorta di specializzazione tematica e per la concentrazione su un ben preciso target. La verifica di base rispetto alle informazioni su/di cui ci si esprime mi sembra quindi il minimo. E questo non vuol dire inchinarsi ad aziende o poteri costituiti ma fare semplicemente una cosa ben fatta.

  10. Caro Daniele, concordo con la sua tesi, tuttavia penso che anche le rettifiche sulla carta stampata abbiano gli stessi limiti. soiltamente sono scritte in boxettini piccoli e slegati dall’articolo a cui fanno riferimento. Bisogna, come lei dice, scrivere sapendo di ciò che si sta scrivendo e verificando le fonti. Stop. Poi è sempre valido il detto “errare è umano…”.

LEAVE A REPLY