Start-up, la bolla col business nascosto dietro

Start-up, la bolla col business nascosto dietro

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Mano protesa, stretta vigorosa: “Ciao sono Daniele e faccio il giornalista”, dall’altra parte “Ciao, sono [il nome sceglietelo voi] e ho una startup”. A seguire una generosa descrizione del progetto, innovativo ça va sans dire, ormai quasi pronto per il lancio. Occhi luccicanti e convinzione da imprenditore navigato. Al ritorno a casa il progetto mi rimane fumoso, il business model a dir poco opaco e quando mi chiedo se potrei mai utilizzare quel prodotto / servizio o se per me abbia un minimo di valore mi viene sempre da alzare le spalle e pronunciare un bel “boh!”  [sì, mi capita di parlare da solo in macchina].

Quando mi sono reso conto di aver vissuto spesso situazioni del genere mi sono anche accorto che da qualche tempo non si parla d’altro che di startup e di startupper. Insomma, viviamo l’era del “mi sono messo in testa un’idea meravigliosa e la sto pure realizzando”. E’ forse tutta colpa di Chris Anderson e della sua “coda lunga” mi dico io, che ha fatto passare il concetto che sul Web c’è talmente tanto spazio (e mercato) che quasi tutte le idee possono diventare imprese profittevoli, basta “dimensionare” il business plan?

Che Internet abbia aperto nuovi scenari e nuove opportunità imprenditoriali non c’è dubbio ma che esista un automatismo fra l’idea e la sua concreta realizzazione e fra queste e il successo o quantomeno la sostenibilità ce ne passa. Anche su Internet, avviare un’impresa chiede impegno, capacità di gestione aziendale e, soprattutto, visione di un mercato e capacità di aggredirlo. Che poi queste capacità le si possieda per talento o le si impari, fa poca differenza, sono necessarie, nonostante la coda lunga e il Web.

Si perché, si tratterà pure di imprese innovative e digitali ma, alla fine, i soldi, le tasse, gli investimenti, i business plan, i contratti, i clienti, i dipendenti, i fornitori, la burocrazia sono tutta “roba vera”, con la quale ci si deve misurare e che non si può “mettere in stand-by”. Sarà per questo che le startup che riescono a raggiungere la dimensione di azienda si contano sulle mani ed emergono dal campo coperto dei cadaveri di quelle che non ci sono riuscite?

E’ il tanto parlare di startup, quasi fosse l’antidoto alla crisi e alla disoccupazione giovanile, che è preoccupante e la confusione, sempre più spinta, fra il concetto di “fare impresa” e quello di “accrescere la propria professionalità e attrezzarsi ad essere freelance”. Quello che sfugge, infatti, sempre più spesso è che il mercato del lavoro, su Internet ma non solo, sta sempre più diventando un mercato di professionisti, che passano da cliente a cliente, forti della loro professionalità e del loro personal branding. Che questo sia giusto o auspicabile è un’altra storia ma rimane che sia sempre più così.

Siamo lontani, quindi dall’idea di fare impresa, se non di essere imprenditori di sé stessi e il continuo cicaleggiare di startup non fa altro che creare confusione ed errori di prospettiva.  Diciamolo chiaramente che il futuro del lavoro è quello di solidi professionisti molto ben preparati e non di un mondo di imprenditori improvvisamente affollato di persone che hanno avuto “idee geniali” e hanno Zuckenbergianamente “svoltato la vita”.

Al Festival del Giornalismo di Perugia, durante una piacevole cena, con Luca De Biase abbiamo parlato proprio di questo, approfondendo l’impegno della sua Fondazione Ahref nel sostenere le idee migliori per farle realizzare e riuscire così, con i fatti, a coinvolgere aziende e investitori. Idee imprenditoriali concrete, solide, con un mercato e una logica strategica e organizzativa digitali o che utilizzano gli strumenti digitali per creare nuovi mercati.

Insomma, le startup non esistono o meglio non sono altro che la riedizione in linguaggio web-friendly di formule come “nuova impresa” o “imprenditoria giovanile”. Non è cambiato granché, era difficile prima ed è difficile ora fare impresa, nonostante Internet abbia aperto sicuramente nuovi mercati e nuove prospettive. E allora viva l’impresa, viva la capacità innovativa, viva la voglia di realizzare un sogno ma, per favore, niente squilli di trombe e niente sensazionalismi e, soprattutto, niente accenni a non meglio identificate “nuove stagioni” o, peggio, diffusioni di messaggi tipo “ora è tutto più facile, fatti una startup e risolverai la tua vita”.

A dirla tutta, le startup sono esse stesse un nuovo mercato, popolato di personaggi che promettono di aiutarle a metterle in piedi, che si propongono come formatori, docenti di master (sì, esistono master per realizzare startup) o che, semplicemente, girano per convegni a diffondere il verbo dello startupparo devoto e felice. Loro sì che l’hanno trovato il nuovo mercato.

1 COMMENT

  1. Grazie per aver scritto, con competenza e garbo, un ottimo articolo.
    Leggendolo, cì ho ritrovato quello che penso sull’argomento, ma che non riesco a esprimere senza farmi venire i “fumi”.
    Perchè vengo guardata con compassione o arroganza dai sedicenti giovani – che magari sfiorano i 40 – quando dico che le start-up non danno speranze, ma illusioni.
    Salvo ai pochi ne le cavalcano rifilando agli “innovatori” prodotti/servizi riadattati ad hoc e riverniciati alla svelta.

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