Bersani: l’indignazione ipocrita e il Web specchio sociale

1969

Smettiamola di stracciarci le vesti, di gridare all’invasione digitale dei sociopatici, di invocare non meglio identificati sussulti di civiltà sul web o peggio censure e leggi speciali. E’ sufficiente andare per strada, camminare, prendere un autobus, attardarsi al bancone di un bar, indugiare al banco di un supermercato oppure semplicemente di fronte alla macchinetta del caffè di un qualsiasi ufficio. Semplicemente ascoltare quello che dice la gente, quello che diciamo noi, intesi come comunità italiana (e non solo) e tutto apparirà chiaro. Sentirete augurare la morte a questo o quello, scherzare su una sua disabilità a vita, scommettere su un suo peggioramento. E ancora, dichiararsi sicuri che “tanto sarà curato bene, mica come mio nonno/padre/amico/cognato/cugino” e che “non dovrà certo restare su una barella del pronto soccorso” e che “meglio, uno di meno dei ladri che ci governano”, ecc.

Trovo stantia questa polemica sul tono dei social. In queste situazioni le piattaforme digitali si comportano per quello che sono ovvero sorta di meccanismi che, in automatico, mettono online, per iscritto, quello che le persone dicono liberamente in ogni occasione e che pensano, si pensano perché quello che è stato scritto riguardo Pier Luigi Bersani la gente, una parte ovviamente, lo pensa e lo dice ad alta voce appena può. Nell’era digitale lo scrive pure, che sorpresa è?

Durante la prima guerra mondiale gli italiani impararono ad augurare la morte a tedeschi e austriaci, durante la seconda gli americani ai “musi gialli”. Negli stadi si augura la morte alla tifoseria avversa e più che spesso al condomino rumoroso o all’automobilista scorretto, che c’è di nuovo? Da sempre chi percepiamo come nemico è oggetto di maledizioni e auguri di tremende sciagure. Da sempre si gioisce per la morte di qualcuno e si piange per quella di un altro, dipende da cosa rappresenta per noi quella persona, affettivamente o socialmente. E’ giusto? Assolutamente no. E’ qualcosa da combattere? Ovviamente sì ma non c’è nulla di nuovo.

Di nuovo c’è che continuiamo a considerare il Web come una sfera indipendente dalla società che interconnette, come se chi è dietro ai pc siano venusiani e noi i terrestri. E’ proprio il concetto di noi, altro rispetto al “popolo del web” che storpia il ragionamento. Non esiste nessun “noi” e nessun “loro”, esistiamo solo noi interconnessi attraverso smartphone, che continuiamo a comprare e a pagare anche se non riusciamo ad arrivare a fine mese, pc e tablet.

Il ritardo nella cultura digitale che denuncia Massimo Mantellini è tutto qui, nel sorprenderci, nello scrivere di questo, nello stracciarci le vesti nell’accettare che quel che accade sul Web sia una notizia per il solo fatto che accada sul Web, quando la stessa cosa ci accade intorno realmente, ovunque e non ce ne curiamo.

La grande opportunità che il Web ci offre è di rendere indiscutibilmente evidente il degrado civile nel quale viviamo e toglierci ogni alibi. Non è una questione di censo, di classe sociale, la nostra società ragiona così, ci comportiamo così e quando no, lo pensiamo. Ed è così da sempre, con i dovuti distinguo, la storia ce lo insegna.

Internet ci offre una grande occasione: specchiarci, guardare nell’abisso e comprendere che esso ci guarda dentro. Un’occasione per comprendere che se un’arma esiste per evitare che questo continui ad accadere è solo nel crescere culturalmente e civilmente, tutti. Il problema non è evitare che sui social network si auguri o meno la morte a qualcuno è arrivare a che questa pratica diventi odiosa per chiunque, ovunque, su social, nei bar, sugli autobus, davanti le macchinette del caffè.