L’Ordine (dei giornalisti) è morto, viva l’Ordine. Ovvero, per una riforma complessiva...

L’Ordine (dei giornalisti) è morto, viva l’Ordine. Ovvero, per una riforma complessiva delle professioni della Comunicazione

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Un social media manager che gestisce la diffusione degli articoli di un quotidiano online è un giornalista o no? Un brand journalist, che usa tecniche appunto giornalistiche per la comunicazione corporate è un giornalista o no? E un addetto stampa deve essere un giornalista o meno? Non esiste una singola risposta, non esiste la possibilità di un sì o no, netti e indiscutibili, semplicemente perché la domanda è mal posta e nasce da una confusione, forse voluta, forse no, fra due piani diversi: il ruolo e le peculiarità della professione giornalistica da un lato, la sua regolamentazione e organizzazione normativa e previdenziale dall’altro. Un discorso che va oltre il dibattito sull’abolizione o meno dell’Ordine dei Giornalisti.

 

Questo s‘intreccia con i destini di decine di nuove figure professionali “digitali” – di cui il social media manager e il brand journalist sono solo due esempi -. È forse arrivato il momento di accettare che il mondo è cambiato da quel lontano 1948 (legge sulla stampa) come da quel 1963 (legge sulla professione giornalistica) ma anche dal 2000 (legge 150 sulle attività di comunicazione della PA) e finanche dal 2013 (legge 4 sulle professioni non riconosciute). È necessario considerare il mondo della comunicazione per quel che è: un ecosistema complessivo del quale siamo tutti abitanti: media, comunicatori, giornalisti, pubblicitari, community manager, addetti stampa, ecc. Tutti profondamente interdipendenti quanto portatori ciascuno di peculiarità e singolarità profonde, ma uniti da unico comun denominatore: comunichiamo, produciamo informazione, sia pure con scopi diversi.

 

Pensare di risolvere questo problema – come da alcune parti si sente dire – gonfiando la definizione di “giornalista”, trasformandola in una categoria “ombrello” omnicomprensiva, è deleterio innanzitutto proprio per la professione giornalistica stessa, perché finirebbe per minarne definitivamente l’identità e il ruolo. Dall’altra parte costringerebbe altre figure professionali in un ruolo che definire contraddittorio è poco: è possibile immaginare un comunicatore o un digital strategist obbligati a prendere il tesserino dell’Ordine oppure a versare i contributi all’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti?

 

È necessario viceversa iniziare a ragionare in un’ottica complessiva, quella di un “comparto della comunicazione”, in grado di raccogliere e normare tutte le figure professionali che in quest’ambito operano, dare a tutte – salvaguardandone peculiarità e specificità – organizzazione, regolamentazione, tutele e regole deontologiche ed etiche, un sistema previdenziale comune. Questo permetterebbe, infine, di creare un sistema solido e articolato di garanzia e tutela per chi la comunicazione la fruisce, che siano lettori, utenti o clienti. Un sistema unico, costruito però su un assunto preciso: salvaguardare la differenza di scopo.

 

Non è un giornalista, infatti, chi produce informazione, indipendentemente dal fatto che lo faccia in maniera disintermediata o intermediata. Quindi non è un giornalista il social media manager, non è un giornalista l’addetto stampa, non è un giornalista il copy di un’agenzia pubblicitaria e via elencando. Non sono giornalisti semplicemente perché non svolgono un’attività che si possa ricondurre all’articolo 21 della Costituzione, al diritto-dovere d’informare, in maniera indipendente, per creare una coscienza critica nella popolazione e svolgere quel ruolo di garanzia della legalità e del buon esercizio del Potere.

 

È proprio la differenza di scopo la chiave di tutto: il giornalista svolge un’attività garantita dalla Costituzione, quindi d’interesse pubblico; chiunque altro faccia qualsiasi altra forma di comunicazione e informazione lo fa per sostenere e veicolare interessi particolari e “privati”. Il problema nasce evidentemente, come dicevamo prima, quando si inizia a parlare del fatto che chi svolga altre attività – il dibattito si è concentrato su chi svolge attività di comunicazione nelle aziende o nella Pubblica Amministrazione – debba essere ricondotto entro il sistema normativo giornalistico: iscrizione all’Ordine, adesione all’Inpgi, alla Casagit, ecc.

 

La contraddizione è evidente: strumenti normativi nati e pensati per la professione giornalistica applicati a quanti questa professione, nel senso spiegato sopra, non la svolgono. Ma perché propendere per questa soluzione che appare evidentemente illogica? Non è un ragionamento legato al cambiamento degli scenari della comunicazione, si tratta meramente di soldi. Il sistema dei media è in crisi da anni: i giornalisti regolarmente assunti che quindi versano i contributi sono sempre meno, mentre i pensionati sempre di più, Questo sta aprendo una voragine nei conti dell’Inpgi. La soluzione di cui si inizia a discutere piuttosto insistentemente? Imbarchiamo i comunicatori d’azienda, trasformiamoli obbligatoriamente in giornalisti, così saniamo i conti.

 

La soluzione deve essere diversa, e deve passare da un ripensamento complessivo di tutto il comparto della comunicazione, anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti portati dal digitale. Ha senso quindi parlare di un “comparto della comunicazione”, per dirla con linguaggio sindacale? Sì, ha grande senso. Siamo in un ecosistema, dicevamo. La disintermediazione che la rivoluzione digitale ha comportato, e che di questo ecosistema è il segno identitario, comporta un profondo ampliamento di problemi etici e deontologici e della necessità di garantire al pubblico, a tutti noi, che l’informazione prodotta in questo ecosistema sia corretta, realizzata secondo criteri professionali precisi, prestabiliti e che chi non li segua venga sanzionato. I giornalisti questo sistema di garanzia lo hanno, si chiama Ordine. Anche i comunicatori e si chiama Ferpi.

 

Ha senso quindi pensare di mappare tutte le professioni della comunicazione, identificare le loro peculiarità tecniche e poi promuovere per ciascuna una forma associativa che ne tuteli gli interessi e, contemporaneamente, ne garantisca l’etica e la deontologia, ne certifichi la professionalità, come forma di tutela verso il pubblico e, perché no, anche verso i clienti? Sì, ha molto senso.

 

Parliamo quindi di immaginare un unico “comparto della comunicazione”, all’interno del quale ogni singola famiglia professionale abbia una forma associativa in grado di tutelarne gli interessi, regolamentarne l’accesso e la pratica e di certificarne la professionalità presso gli stakeholders.

In questo contesto non ci sarebbe nulla di illogico o sbagliato nell’immaginare una regolamentazione previdenziale unica per tutti gli operatori della comunicazione: un’unica Cassa che certo non si potrebbe più chiamare “Istituto Nazionale di Previdenza dei giornalisti”.

 

Riconoscimento e tutela delle nuove professioni, un sistema previdenziale solido e garanzie per gli utenti, lettori, clienti. È una soluzione che chiede però importanti interventi legislativi. Innanzitutto una mappatura precisa di quali siano le professioni della comunicazione, soprattutto di quelle nuove, native digitali – un tavolo, in questo senso, è già stato aperto -. Definirne le caratteristiche, le esigenze e le regolamentazioni di cui necessitano per garantire i destinatari finali della propria attività. Da qui la definizione normativa di un comparto professionale della comunicazione, entro cui dare finalmente soluzione a una serie importante di problemi aperti: la sostenibilità del sistema previdenziale dei giornalisti, il riconoscimento e la regolamentazione delle nuove figure professionali digitali e una tutela ampia e articolata degli utenti, dei lettori, dei clienti. In breve, di tutti noi.

1 COMMENT

  1. Caro Daniele, ci siamo diverse volte confrontati sul tema pubblicamente, ma è la prima volta che leggo nero su bianco questa tua posizione e, se ti fa piacere, nello spirito di una proficua dialettica professionale, commento.
    Il tuo ragionamento mi convince nel suo svolgimento, ma a mio parere parte da una premessa non corretta, che è anche il frutto della mancanza storica di una definizione univoca del termine giornalismo e, di conseguenza, della professione: l’appiattimento della figura del giornalista sul principio della preservazione dell’ordine sociale democratico (articolo 21 della Costituzione). Parliamo quindi di un tipo specifico di giornalismo che è la pubblicistica. Che ha un fine nobile, anche se – va detto per onestà di dibattito – molto teorico-idealistico e molto poco praticato, perché si infrange sulla privatezza di fatto della fonte giornalistica. In altre parole, c’è sempre una fonte, che solo in rarissimi casi è di stampo “puro” e, anche quando lo è dal punto di vista societario, non lo è se si considerano le visioni del mondo dei fondatori, vive nella linea editoriala che permea tutti i contenuti pubblicati (e non pubblicati). C’è poi un altro aspetto che a mio parere il tuo ragionamento tralascia, ed è quello delle competenze, che la tua definizione implicita di giornalismo trascura, insieme a tecniche, strumenti e output frutto di queste competenze. Un comunicato stampa non è un reportage e non è un articolo, anche se la normativa li equipara nelle pubbliche amministrazioni. Un social media manager più non essere un giornalista, anche se a volte lo è eccome. E potremmo continuare.
    Detto questo, non vi è dubbio che, come giustamente sostieni, le griglie del passato siano superate e vadano riviste. E non vi è dubbio che sia urgente mettersi a lavorare, prima che per una ridefinizione, per una definizione dei nostri ambiti professionali, che nel frattempo si arricchiscono di nuove competenze e figure, sempre più mobili rispetto ai confini sempre più labili della ‘barricata’.
    L’inquadramento di un Ordine professionale nella grande casa della Comunicazione è un’operazione di senso e teoricamente fondata, se pensiamo ai Media Studies sociologici che praticamente da sempre considerano l’informazione come una forma di comunicazione. Del resto l’associazione principale di categoria dei professionisti delle Relazioni Pubbliche (Ferpi) già si rifà ai diritti umani universali promulgati dalle Nazioni Unite, da cui sicuramente discendono diritti civili come quelli di espressione e quello, che è anche un dovere, di informare. Anche qui, di conseguenza, andranno considerati principi deontologici e competenze tecniche, per individuare le comunanze al di là delle contrapposizioni e, del resto, non essere troppo inclusivi o generalisti.
    Insomma, a me sembra che la riflessione di punti fermi ne abbia pochi in questa fase. Quel che è certo che è conviene intensificarla e conviene a tutti noi professionisti della comunicazione e dell’informazione farlo collettivamente, nello spirito di una corporatività che è ancora tutta da realizzare, sebbene dichiarata, da una parte e dall’altra, da leggi costitutive e carte etiche.

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