La furba spocchia del neolaureato e i lavoretti estivi

La furba spocchia del neolaureato e i lavoretti estivi

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tempi_moderni_800_800Conquistare visibilità sulle spalle di Repubblica non riesce a tutti. Onore al merito, dunque, al giovanissimo graphic designer Giacomo Drudi che, con una furbata (cercata o involontaria non mi è dato saperlo, spero la prima) degna di un navigato comunicatore ha sollevato un caso dove non esiste e si è garantito le luci della ribalta digitale, di questa stentata estate.

Scelgo consapevolmente così d’infilarmi in questa polemica Drudi – Repubblica, che nasce dal post su Linkedin del giovanissimo Graphic designer, che accusa il gruppo Espresso di sfruttamento del lavoro e che tanto inchiostro digitale sta facendo scorrere in queste ore (Germano Milite qui e qui). Scelgo di entrarci e a gamba tesa perché non di polemica vera si tratta ma di furbata. E se così non fosse saremmo davanti a un bell’abbaglio, con buona pace di chi è sfruttato sul serio a lavoro, con paghe da fame, nero, orari pesanti, precarietà e magari parecchi lustri di età in più rispetto al nostro graphic designer.

Il lavoro offerto al giovane designer, infatti, altro non è che il classico “lavoretto estivo”, non certo una posizione da possibile “grafico” di Repubblica. A via Nervesa glielo hanno detto subito. Di che parliamo allora? Paga bassa? Se fossi un editore quanto dovrei pagare qualcuno perché copi e incolli testi precompilati in spazi predefiniti di una pagina elettronica? Il tutto considerando che si parla di una decina di pagine al giorno, con una gabbia grafica tutto sommato semplice? Mille euro al mese? Mille e cinquecento? Magari duemila, netti, ça va sans dire?

Ovviamente per farlo, questo lavoretto facile facile, magari Xpress lo si deve pur conoscere e quindi Repubblica si è correttamente rivolta ai giovanissimi che studiavano grafica digitale. Dov’è lo scandalo? Senza prospettive? Perché lo avrebbero dovuto assumere se poi il settore grafico sarebbe tornato perfettamente “staffato” dopo le ferie?

A costo di sembrare un vecchio nonno acido posso dire di averne fatti a decine di lavoretti estivi (ma che duravano anche l’inverno), da quando avevo molto meno dell’età di Giacomo: dai banchi degli accessori auto di Porta Portese alla vendita di enciclopedie porta a porta, dal cameriere alla consegna all’alba dei giornali alle edicole. Ma ho fatto anche il “tamburinista” per vari giornali (scrivevo cioè le trame dei film trasmessi in televisione o gli orari dei palinsesti o anche due righe per spiegare che il tot giorno alla tot ora nel tot posto avrebbe suonato la tal band, ovviamente dopo essermi sciroppato decine di comunicati stampa ogni giorno che Dio mandava in terra). Paghe? Da fame.

Eppure ero già giornalista pubblicista, avevo completato il mio percorso di studi ma i soldi mi servivano per sopravvivere e costruire il mio percorso professionale e allora sotto a mangiar pane e cipolla.

Sarebbe stato meglio che Repubblica lo illudesse, prendendolo in giro e spacciando quel lavoretto in una posizione da grafico, salvo poi buttarlo fuori dopo due mesi?

Perché accettare, quindi? Incontrare colleghi più anziani, per esempio, imparare, iniziare a farsi conoscere nell’ambiente e a costruirsi quella rete di relazioni, quel personal branding (Vero Skande?) che gli avrebbe poi permesso di essere scelto per un incarico da graphic designer e non da “ragazzo per l’estate”.

Due risultati, questa storia, li ha quindi conseguiti. Il primo, lo abbiamo detto, è che il nostro Giacomo Drudi ha conquistato visibilità sulle spalle di Repubblica e un po’ anche sulle mie, che ne sto scrivendo. Il secondo è che ci permette di ricordare lo sfruttamento del lavoro, quello vero, sempre più legato ai nuovi mestieri digitali che, dietro a roboanti nomi anglosassoni, nascondono in realtà nuove catene di montaggio, nuove servitù della gleba. Il tema dell’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è delicatissimo e gravissimo e nessuno come me (e chi mi conosce lo sa) si batte e si espone in prima persona perché i giovani colleghi riescano a trovare la propria strada, sudando sì, ma sudore e non sangue. L’estate è ormai finita, torniamo a parlare di cose serie.

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