
È la domanda che nessuno si è posto davvero nelle ore successive al 17 ottobre. Ci siamo divisi, com’era prevedibile, sul perché: teppismo che sfrutta il disagio da una parte, una generazione a cui è stato sottratto il futuro dall’altra, e in mezzo la formula di sintesi, ragioni comprensibili e violenza ingiustificabile. Tutte letture legittime. Tutte, però, ferme al contenuto della rabbia. Nessuna si è occupata della sua architettura.
Eppure è lì che si gioca la partita più interessante, almeno per chi fa il mio mestiere. Il corteo contro il carovita è stato convocato da un account Instagram comparso il 4 ottobre e presentato come espressione spontanea del malcontento giovanile. L’appello è stato rilanciato su TikTok, coordinato su Telegram e replicato in una dozzina di città. Non c’era un partito né un sindacato, e nemmeno un collettivo con una sede, un portavoce o un numero di telefono. C’era un invito, e un invito non risponde.
Questa non è una piazza senza ragioni. È una piazza senza mittente.
La differenza non è sottile. Per tutto il Novecento la piazza è stata un atto comunicativo con un autore. Chi la convocava la rappresentava, la negoziava con la Questura, ne rispondeva quando degenerava e, se necessario, la scioglieva. Il servizio d’ordine era anche un dispositivo reputazionale: proteggeva il corteo dagli infiltrati e proteggeva il nome di chi lo aveva promosso. Persino nelle giornate peggiori, la domanda “chi risponde?” aveva una risposta.
Sabato non l’aveva. Gli organizzatori di Bologna hanno preso le distanze dalle violenze dicendo di essere stati lasciati soli a gestire la folla. È una frase rivelatrice, perché descrive esattamente la condizione di chi accende un fuoco in rete: si convoca, ma non si governa ciò che si è convocato. Il messaggio parte da un punto e arriva ovunque, ma non torna indietro.
Byung-Chul Han, in Nello sciame, distingueva la massa novecentesca dallo sciame digitale. La massa ha un’anima, una voce e quindi un interlocutore. Lo sciame è fatto di individui isolati che si aggregano per un istante e si disperdono, senza mai diventare un “noi” capace di agire politicamente. Milano ha mostrato che cosa succede quando lo sciame scende dallo schermo e trova un selciato. Non diventa massa. Resta sciame, ma con le mani.
Chi si occupa di crisi questa dinamica la conosce benissimo, solo che finora la vedeva altrove. È la shitstorm. È l’ondata che travolge un’azienda per un post, un pandoro, una pubblicità sbagliata. Anche lì non c’è un regista. C’è una convergenza di indignazioni che si alimentano a vicenda, amplificate da piattaforme che premiano l’intensità. Anche lì l’organizzazione colpita commette quasi sempre lo stesso errore: risponde come se dall’altra parte ci fosse un interlocutore. Scrive comunicati, cerca un tavolo, prova a negoziare con qualcuno che non esiste.
È questo il punto che mi pare non sia stato ancora detto: Milano è la prima crisi reputazionale offline. Ha la grammatica di una crisi digitale (convocazione virale, assenza di autore, impossibilità di trattativa) e si consuma in uno spazio fisico, con vetrine rotte, agenti feriti e minorenni fermati. Le istituzioni l’hanno gestita con gli strumenti della piazza tradizionale: ordine pubblico, condanna, appello alle opposizioni perché prendano le distanze. Ma prendere le distanze da chi, esattamente? Nessuno tra quelli a cui si chiedeva di condannare aveva convocato quella piazza.
Nelle crisi non vince chi ha ragione, ma chi riesce a governare il significato di ciò che accade. Qui il significato è rimasto senza governo. Ognuno lo ha piegato sulla propria cornice, perché non c’era nessuno che potesse rivendicarlo, correggerlo o, se serviva, chiedere scusa. È il paradosso più scomodo: una piazza senza mittente non può nemmeno scusarsi. E una crisi in cui nessuno può scusarsi è una crisi che non può chiudersi.
Poi arriva il secondo tempo, quello che di solito osserviamo con meno attenzione e che invece dice di più.
Nelle ore successive, su Instagram sono comparsi nomi, cognomi e indirizzi dei presunti devastatori. “Vi prenderemo uno per uno”, titolava Il Giorno. Davanti a un evento senza autore, la rete ha fatto ciò che fa sempre: se l’è fabbricato. Il doxxing non è soltanto una forma di giustizia sommaria. Dal punto di vista comunicativo è una risposta, quasi meccanica, al vuoto di responsabilità. Dove non c’è un mittente da chiamare in causa, si costruisce un colpevole con un nome e un indirizzo. Dove la colpa è diffusa, la si concentra su un volto. È il capro espiatorio di Girard nella versione con geolocalizzazione.
Qui il giudizio tecnico e quello etico devono separarsi, e voglio dichiararli entrambi. Sul piano tecnico, il doxxing è perfettamente coerente con la dinamica che ho descritto: è il sistema che cerca di ripristinare un ordine narrativo, perché una storia senza protagonista è insopportabile. Sul piano etico è un’altra cosa. Molti dei fermati sono minorenni, e quel “presunti” che la cronaca scrive tra parentesi pesa come un macigno. La rete non distingue tra chi ha lanciato la bomba carta e chi si trovava lì vicino, tra il colpevole e chi gli somiglia. Produce sentenze senza processo e reputazioni bruciate senza rettifica, in un tempo che nessun tribunale potrà mai inseguire. Una generazione arrivata in piazza perché si sente senza futuro rischia di ritrovarsi con un passato indelebile, scritto da sconosciuti.
Che cosa ci insegna, allora, questa piazza a noi che di crisi e di reputazione ci occupiamo?
Anzitutto che il modello dell’interlocutore è finito, o almeno non basta più. Abbiamo costruito la gestione delle crisi su un presupposto implicito: dall’altra parte c’è sempre qualcuno con cui parlare. Un giornalista, un’associazione, un comitato, un portavoce. Quel presupposto regge sempre meno, in rete come in strada. Governare la percezione di un evento senza mittente non significa trovare il mittente. Significa presidiare il significato nello spazio che il mittente ha lasciato vuoto, prima che lo occupino le cornici più polarizzate, o i giustizieri con lo smartphone.
E poi che la domanda “chi parla?”, quella su cui si concentra quasi tutto il dibattito pubblico sulla comunicazione digitale, è meno importante di quanto crediamo. La domanda decisiva è un’altra, più antica: chi risponde? Una società in cui sempre più messaggi viaggiano senza qualcuno che ne risponda produrrà sempre più piazze come questa. Piazze che nessuno può fermare, perché nessuno le ha davvero cominciate.
Resta da capire se le istituzioni, la politica e anche noi comunicatori sapremo parlare a chi non ha un nome, senza aspettare che glielo dia la rete, nel modo peggiore.
Fonti: cronache di Sky TG24 e Il Giorno del 18 ottobre 2026. Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, 2015.
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