Il contesto operativo: social tv e secondo schermo
Il caso si svolse durante la puntata di Report andata in onda il 13 dicembre 2015, in cui la trasmissione di Rai3 accusò Eni di una presunta vicenda di tangenti legata all’accordo per la licenza del blocco petrolifero OPL245 in Nigeria. Molti spettatori commentavano in tempo reale la trasmissione su Twitter, creando un forte second screen di conversazione collettiva.
In quel momento il rischio reputazionale per Eni era concreto e immediato. La diffusione delle accuse in TV poteva rapidamente tradursi in una percezione negativa profonda, amplificata dalle conversazioni digitali. La classica modalità di gestione delle crisi – concedere un’intervista il giorno dopo o rilasciare un comunicato ufficiale – sarebbe stata insufficiente rispetto alla velocità e all’intensità della conversazione online.
La tecnica centrale: intervento in real-time nei social
La caratteristica più innovativa del modello fu la risposta in tempo reale, direttamente durante la messa in onda del programma, soprattutto su Twitter. Invece di aspettare la fine della trasmissione, Eni e il suo team di comunicazione inserirono il proprio messaggio nel flusso di conversazione mentre era in corso.
In pratica: Eni utilizzò l’account ufficiale e profili chiave (come quello del responsabile della comunicazione) per pubblicare tweet puntuali contro gli argomenti sollevati da Report. Non si limitò a postare link al proprio sito, ma interagì con l’audience in tempo reale, rispondendo alle accuse, fornendo smentite, dati, infografiche e contestualizzazioni. L’uso di hashtag come #Report permise di inserirsi direttamente nella conversazione aperta dagli spettatori e dagli influencer digitali.
Questa presenza in real-time era attentamente supportata dai dati, dall’analisi delle conversazioni in corso e da una pianificazione preventiva dei contenuti da diffondere: non fu improvisazione, ma una replica orchestrata e coordinata.
Costruzione della contronarrazione cross-mediale
Un altro elemento chiave della strategia fu la creazione di una contro-rappresentazione multicanale.
L’azienda non si limitò a replicare tweet o post: venne allestita una pagina dedicata sul sito ufficiale con approfondimenti, link utili e contro-argomentazioni punto per punto agli elementi dell’inchiesta.
Questa pagina fungeva da base “autorevole” a cui rimandare tutte le comunicazioni social, consentendo a chi seguiva la crisi di accedere rapidamente alla posizione ufficiale di Eni con: documenti originali, spiegazioni dettagliate, infografiche e dati, risposte alle singole accuse.
La costruzione di questo contenuto non era casuale, ma parte di una preparazione precrisi che prevedeva la predisposizione di materiali verificati e facilmente consultabili per contrastare rapidamente i punti critici sollevati dall’inchiesta.
Monitoraggio e gestione delle conversazioni
Un aspetto tecnico fondamentale fu il monitoraggio avanzato delle conversazioni in corso sui social.
Il team di Eni non si limitò a postare contenuti, ma analizzò: quali segmenti di pubblico rispondevano ai tweet, quali argomenti erano più condivisi, quali critiche generavano engagement negativo o positivo.
Questo monitoraggio in real-time permise di adattare le risposte a seconda del pubblico e del tono della conversazione, evitando messaggi generici e mass-mediatici a favore di interventi mirati e contestuali.
Uso di portavoce individuali e autenticità percepita

Una tecnica particolarmente significativa fu l’uso, oltre al profilo aziendale, del profilo personale del responsabile della comunicazione per rispondere ai commenti. Questo element
o aveva un obiettivo preciso: umanizzare la comunicazione e renderla percepita come più diretta e autentica, favorendo l’interazione faccia a faccia simulata con gli utenti.
Nel mondo dei social, dove la “voce” dell’organizzazione può risultare astratta, questa presenza personale contribuì a costruire un ponte dialogico tra l’organizzazione e le conversazioni emergenti, aumentando la credibilità percepita dei messaggi diffusi.
Tecnica di cross-medialità e second screen
Il modello sfruttò pienamente il fenomeno del “second screen”, ovvero la pratica diffusa degli spettatori di commentare una trasmissione in tempo reale su un dispositivo digitale mentre la guardano in TV.
Così Eni non replicò dopo la diretta, ma: presa posizione nella stessa finestra temporale in cui l’inchiesta veniva vista, commentata e condivisa, intercettò gli utenti prima che la narrazione fosse sedimentata nella percezione pubblica, trasformò un possibile momento di crisi in uno spazio comunicativo immediato e percepito come dialogico.
Questa tecnica rese più difficile per la trasmissione Report dominare l’interpretazione dell’evento solo attraverso il linguaggio televisivo, perché Twitter e gli altri social divennero parte integrante della narrazione stessa.
Valenza strategica: oltre la reazione, il presidio della percezione
Le tecniche adottate non miravano solo a fornire una contro-versione dei fatti, ma a presidiare la percezione pubblica della vicenda. Questo spostamento concettuale è la vera innovazione del modello: non si risponde semplicemente ai contenuti dell’inchiesta, ma si governa la conversazione collettiva in tempo reale,si imposta un contraddittorio cross-mediale, si costruisce una narrazione alternativa che accompagna gli spettatori alla stessa velocità con cui la narrazione critica viene generata.
In questo senso, il modello “Eni vs Report” ha anticipato molte delle pratiche oggi riconosciute come standard nel crisis management digitale: intervento real-time, presidio cross-mediale, monitoraggio continuo, coinvolgimento diretto dei portavoce e costruzione di contenuti di supporto strutturati.




