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Il blog di Daniele Chieffi

Reputazione, crisi, intelligenza artificiale.

Il grande vecchio (giovane) che serviva a tutti. La lezione di comunicazione del 17 ottobre

Di chi è la colpa delle devastazioni di Milano dello scorso 17 ottobre? Per alcuni giorni quella domanda non ha avuto che risposte generiche: i maranza, la seconda generazione degli immigrati, il disagio giovanile (ammesso che significhi qualcosa). Poi la…

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Di chi è la colpa delle devastazioni di Milano dello scorso 17 ottobre? Per alcuni giorni quella domanda non ha avuto che risposte generiche: i maranza, la seconda generazione degli immigrati, il disagio giovanile (ammesso che significhi qualcosa). Poi la procura ferma Youssef Siher: trent’anni, ricercatore, italiano di seconda generazione, famiglia di origini marocchine, vicino ai Giovani Palestinesi, animatore di una pagina web che si chiama proprio “17 ottobre” (ma che è stata aperta dopo il 17 ottobre). Nel racconto pubblico diventa in poche ore la “mente” del sedicente Movimento 17 ottobre. È il colpevole perfetto, il perfetto “grande vecchio” (giovane in questo caso) che la storia italiana ci propone dagli anni di piombo in poi.

Mercoledì una giudice lo rimette in libertà. Passa meno di un’ora e la presidente del Consiglio definisce quella decisione vergognosa. A mio parere un esempio perfetto di comunicazione e framing: il colpevole è lui, poi diventa la magistratura, che lo rimette in libertà ma la colpa è lì, con un nome e cognome e un viso: prima il giovane ricercatore e poi chi lo ha tolto dalle mani della giustizia.

Non voglio occuparmi della dimensione politica della vicenda, che ha già i suoi commentatori. Mi interessa un’altra cosa: come si costruisce un colpevole. Perché, prima ancora che un caso giudiziario, il caso Siher è un’operazione di ingegneria della percezione. Riuscitissima, peraltro.

Il colpevole perfetto

Parto da un’ipotesi, che è mia e che dichiaro come tale. Quello che è esploso a Milano ha radici che conosciamo da anni e che nessuno ha voglia di nominare: il malessere di una generazione che non vede futuro e, dentro quella generazione, la frattura specifica delle seconde generazioni. Cittadini italiani a cui il Paese continua a chiedere il passaporto con lo sguardo. È un fenomeno diffuso, senza vertice e senza regia. Ed è proprio per questo che risulta intollerabile per la comunicazione pubblica: un disagio non si può arrestare, è un fenomeno sociale e scarica le responsabilità della sua esistenza su chi governa la comunità ma anche su tutti i suoi membri.

Una persona sì. E questa persona aveva tutte le caratteristiche per funzionare. Giovane, quindi rappresentativa della rabbia. Di seconda generazione, quindi capace di spostare il discorso dal “chi siamo” al “chi sono loro”. Con un nome arabo e simpatie palestinesi, quindi già dentro una cornice di sospetto pronta all’uso. Per giunta istruito, un ricercatore: il profilo del cattivo maestro, dell’ideologo che muove le masse da dietro uno schermo. Il grande vecchio della tradizione italiana dei misteri, solo con trent’anni e un canale Telegram.

Non un colpevole, dunque: un significante. Un corpo su cui scaricare una tensione che altrimenti sarebbe rimasta senza indirizzo.

Lo spostamento del frame

Robert Entman ci ha insegnato che inquadrare significa selezionare alcuni aspetti della realtà e renderli salienti, così da promuovere una certa definizione del problema, una certa interpretazione delle cause, una certa soluzione. Il caso Siher è un esempio quasi didattico di frame shifting, perché queste componenti si spostano tutte insieme.

Il problema smette di essere il disagio e diventa l’ordine pubblico. La causa smette di essere sociale e diventa individuale, anzi personale: c’è qualcuno che ha istigato. La soluzione smette di essere una politica e diventa una cella. In una settimana si passa da “perché tanti ragazzi sono scesi in piazza così arrabbiati?” a “chi li ha mandati?”. Sono due domande che producono due Paesi diversi.

Nello storytelling del governo questo spostamento era particolarmente comodo, e non serve attribuirgli un disegno per vederlo. Basta osservare cosa accade quando la presidente del Consiglio lega Siher alla pagina che avrebbe incitato le manifestazioni poi degenerate nelle devastazioni, e quando il ministro degli Esteri lo indica tra i principali fautori delle violenze. È un ruolo che nemmeno la procura gli contestava. Ma il frame non ha bisogno di essere esatto per funzionare: ha bisogno di essere coerente con ciò che il pubblico è già predisposto a credere. E il racconto dello straniero (anche quando straniero non è) che soffia sul fuoco della città è una delle cornici più collaudate della nostra comunicazione pubblica. Sposta l’attenzione dal malessere, che chiamerebbe in causa chi governa, agli immigrati brutti e cattivi, che chiamano in causa soltanto se stessi.

Le date non mentono

La parte giudiziaria, letta con attenzione, non attenua questa analisi e si vede soprattutto nelle date.

I disordini avvengono il 17 e il 18 ottobre. Il gruppo Telegram del Movimento 17 ottobre nasce la sera del 18, alle 19:58, a devastazioni già avvenute. Chi lo amministra non può aver istigato ciò che è accaduto prima che il gruppo esistesse ma il racconto pubblico ha costruito la figura della “mente”: la mente di qualcosa che era già successo.

L’accusa vera, del resto, era un’altra e più sottile. Siher avrebbe sfruttato quelle proteste per convocare le manifestazioni del 24 ottobre, che nelle intenzioni avrebbero dovuto dare corpo a un progetto rivoluzionario contro il governo. Un’imputazione sul futuro, su qualcosa che non era ancora accaduto. Il fermo scatta la mattina del 24, a poche ore dai cortei. I cortei si svolgono in modo pacifico. La profezia su cui si reggeva la necessità dell’arresto si smentisce da sola, nel giro di una giornata.

Poi c’è la sostanza. I messaggi violenti citati nel provvedimento, quelli che inneggiavano a colpire le banche o a sacrificare la fedina penale, non sono suoi: li hanno scritti altri iscritti. La gip annota che nei suoi post Siher non prospetta mai il ricorso alla violenza e non nomina nemmeno i fatti del 17 e 18 ottobre. L’esempio di contenuto violento scelto dalla procura era una frase di retorica antigovernativa. Le cautele organizzative, l’invito a spostarsi su Signal, la cancellazione dei sottogruppi cittadini, sono compatibili con qualunque movimento di protesta che teme la sorveglianza. La crescita del gruppo da seimila a oltre undicimila iscritti veniva letta come prova di un’istigazione efficace, quasi che il successo di una convocazione fosse di per sé un indizio di reato.

Su questa base si contestava un reato introdotto da poco con il decreto sicurezza, aggravato dalla finalità di terrorismo, con quattro giorni passati in una cella della sezione di alta sicurezza di San Vittore. La gip non ha trovato gravi indizi di colpevolezza né pericolo di fuga, e ha escluso che quelle condotte potessero rientrare nella fattispecie contestata. Non una scarcerazione per un cavillo: una valutazione che investe la tenuta dell’intero impianto. Tanto che il tribunale di Milano, con un gesto rarissimo, ha risposto pubblicamente alle critiche della politica definendole irricevibili.

Ecco il punto. Un’accusa così sproporzionata rispetto ai fatti è fragile in aula ma perfetta nei titoli. “Terrorismo” è una parola che orienta il giudizio prima di qualunque verifica. “Alta sicurezza” è un’immagine. “Mente” è una storia. Quando un impianto non regge davanti a un giudice ma regge benissimo davanti all’opinione pubblica, è legittimo chiedersi a quale dei due pubblici fosse davvero destinato.

Il colpevole che resta

Si potrebbe pensare che la storia finisca qui, con una giudice che fa il suo mestiere e un uomo che torna libero. Sul piano giudiziario, forse. Su quello della percezione no.

Da sempre sappiamo che una smentita viaggia più lenta di un’accusa. Adesso, però, c’è un intermediario in più, e non legge le smentite come le leggiamo noi. I modelli linguistici che milioni di persone interrogano ogni giorno costruiscono la rappresentazione di un soggetto a partire dal corpus di tracce che lo riguardano: quello che nel medIAtore chiamo substrato. Il substrato di Youssef Siher, in questo momento, è fatto di centinaia di articoli che associano il suo nome a terrorismo, istigazione, devastazioni, mente. La mancata convalida del fermo è stata una notizia. L’accusa è stata un’ondata. Accanto a questo le dichiarazioni politiche che hanno seguito la scarcerazione sono e resteranno tracce “pesanti” nel corpus e nella mente di chi guarda. Rimarrà il grande vecchio giovane che ha sobillato una rivolta e che ha trovato giudici compiacenti che l’hanno sottratto alla giustizia.

Un sistema che ottimizza la plausibilità e non la verità tende a restituire la versione più ricorrente, non la più corretta. È il meta-framer all’opera: una cornice che si forma prima che il soggetto possa dire alcunché, senza un autore a cui chiedere rettifica. Chi domanderà domani “chi è Youssef Siher?” rischia di ricevere, con il tono neutro e definitivo delle macchine, una sintesi in cui il sospetto pesa più della libertà restituita. E ognuno di noi, condividendo, commentando, titolando, è coautore inconsapevole di quella risposta.

Così il cerchio si chiude, ma non come vorremmo. Serviva un colpevole per non guardare il disagio. La comunicazione lo ha trovato. Un tribunale lo ha restituito alla libertà. E ora sarà una macchina, priva di qualunque interesse politico, a custodirlo come colpevole per pura inerzia statistica.

Nulla di tutto questo è vero. Ma tutto questo è reale.

Resta da capire chi, nel frattempo, si occuperà della rabbia da cui tutto era partito. Perché quella, lei sì, non si è fatta arrestare.


Fonti

Entman R. (1993), “Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm”, Journal of Communication, 43(4).

Chieffi D. (2026), Il medIAtore. Logica e strumenti della comunicazione e della reputazione ai tempi dell’Intelligenza Artificiale, FrancoAngeli.

Daniele Chieffi

Giornalista, scrittore, docente e consulente di reputazione e crisi. Fondatore di Bi Wise, Senior Executive Partner di The Magician, presidente di NoaCom. Il suo ultimo libro è Il medIAtore (FrancoAngeli, 2026). Tutti i libri.

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