Rep Talk

Il blog di Daniele Chieffi

Reputazione, crisi, intelligenza artificiale.

Il giornale senza giornalisti ha bisogno di un colpevole

Redazione Zero e le redazioni senza giornalisti: la scrittura si può delegare, l’imputabilità no. La firma non dice più chi ha scritto, dice chi paga.

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Che cosa resta di un giornale quando nessuno lo scrive? Una firma. Che però non dice più chi ha scritto. Dice chi paga.

Il 16 ottobre il Reuters Institute ha pubblicato un’inchiesta di Gretel Kahn sulle redazioni «AI-native», testate in cui agenti autonomi cercano le notizie, le scrivono, le verificano e le mandano in pagina. Jindex, il database curato da Katya Gorchinskaya, ne conta una trentina nel mondo. Fra i casi raccontati ce n’è uno italiano, Redazione Zero. Ogni mattina due agenti, costruiti su modelli di Anthropic e OpenAI, raccolgono le notizie ciascuno per conto suo; altri le scrivono; verificatori indipendenti le controllano e possono bloccarle; un ultimo agente scrive l’editoriale del giorno. Prima della pubblicazione nessun essere umano legge niente. In Italia il caso è passato quasi inosservato, ed è curioso, perché è forse il più radicale dell’intera rassegna.

L’editore, Emilio Salmeri, sviluppatore e imprenditore, non sceglie le notizie, non le rivede, non le approva. Scrive le regole. Lo statuto pubblicato sul sito vieta la cronaca nera e giudiziaria, stringe al massimo i temi di salute, chiede di norma due fonti indipendenti e stabilisce che gli errori si correggono con una nota visibile nell’articolo e una menzione nell’editoriale successivo. Dice anche che l’editore «non interviene sui contenuti»: le regole sono «l’unico modo in cui tocca il giornale».

Fin qui la tecnica. La parte interessante sono le sue parole. «La responsabilità di ciò che esce oggi è mia», dice a Kahn. E poi: «le decisioni le prende il sistema; le conseguenze le porto io». Correggere, ritirare o respingere una contestazione, spiega, è una scelta sua, «mai del sistema». La frase che le tiene insieme tutte è questa: «il sistema scrive, ma non giudica la propria condotta».

Non è un’eccezione. Ryan Merket, che negli Stati Uniti ha costruito RuntimeWire, firma con il proprio nome tutti i pezzi della testata, perché risponde di ciascuno: se una storia è sbagliata, scorretta o poco documentata, dice, «è un mio problema». In Canada Olivier Robichaud, al Journal Métro, tiene una persona prima, durante e dopo la pubblicazione. Modelli diversi, una costante. Tutti, anche chi ha tolto l’umano dal processo, rivendicano di essere loro a rispondere.

Credo che il dibattito stia guardando dalla parte sbagliata. Le redazioni automatiche si discutono per ciò che producono: quanti pezzi, con quali errori, a quale costo, con quanti posti di lavoro in meno. Si discute della scrittura. I fondatori, intanto, dicono un’altra cosa: la scrittura si può delegare, l’imputabilità no.

Per un secolo la firma ha tenuto insieme due funzioni. Diceva chi aveva scritto e diceva chi ne rispondeva. Erano la stessa persona, e quella coincidenza era così ovvia che non la vedevamo più. Il giornalista era autore e garante insieme. Sopra di lui il direttore responsabile, la figura che la legge italiana pretende per ogni testata registrata e che risponde per omesso controllo, garantiva anche per ciò che non aveva scritto. Le redazioni automatiche separano le due funzioni. La scrittura passa alla macchina. All’umano resta la parte che la macchina non può prendersi: rispondere.

Non un giornalismo senza giornalisti, quindi. Un giornalismo ridotto alla sua funzione più antica e meno visibile.

Ne Il medIAtore chiamo meta-framer il sistema che costruisce la cornice su un soggetto senza un autore responsabile e senza un meccanismo classico di rettifica. Redazione Zero è un tentativo serio di rimettere attorno alla macchina proprio i due pezzi che le mancano: una persona che si dichiara responsabile, una procedura di correzione, uno statuto pubblico. È più di quanto offra la risposta di un assistente generico, che non ha né un firmatario né un ricorso. Ma il caso mostra anche il prezzo. Salmeri può promettere di rispondere degli errori; non può giudicare in anticipo ciò che non legge. Quello che può fare, dice, è «rendere ogni errore osservabile» e lasciare che diventi una cicatrice nella macchina, cioè una regola nuova. Il giornalista rispondeva perché aveva deciso. Qui si risponde di ciò che ha deciso un altro, e la garanzia arriva sempre dopo l’errore.

C’è un dettaglio che vale più di molte analisi. Fra le priorità dell’editore lo statuto mette al primo posto «zero incidenti legali e zero figuracce in 12 mesi». E il sito avverte di non essere una testata registrata ai sensi della legge 62/2001. Niente direttore responsabile, dunque, e nessun ordine professionale davanti a cui rendere conto. La responsabilità c’è, ma è dichiarata, non istituita. Vale quanto la parola di chi la dichiara.

Che cosa cambia per i due mestieri che conosco meglio?

Per chi fa giornalismo il valore si sposta dalla scrittura al giudizio sulla scrittura. Non è una consolazione. È un lavoro diverso, che chiede di saper leggere un sistema, scriverne le regole, riconoscere in anticipo il genere di errore che produrrà. E chiede di accettare che il proprio nome, in pagina, significhi una cosa nuova.

Per chi comunica cambia l’interlocutore. Se la firma diventa la sede della responsabilità e non più della scrittura, dall’altra parte non c’è più un collega che ha scritto il pezzo, perché quel collega magari non esiste. C’è chi risponde delle regole. Una rettifica non si chiede a una persona: si chiede a uno statuto, che promette una risposta entro 48 ore. La relazione con la redazione diventa una relazione con una procedura.

Salmeri dice che il suo sistema non sostituirà il giornalista che trova una fonte o va sul posto. Probabilmente ha ragione. La domanda che lascia aperta però è un’altra. Se il giornalismo di domani sarà fatto in parte da chi scrive e in parte da chi risponde, quale delle due metà i lettori riconosceranno come giornalismo? E se per garantire basta un nome, quanti articoli può reggere una persona sola prima che la firma torni a essere un ornamento?

Fonti

Kahn G., «Inside the rise of AI-native newsrooms run by autonomous agents», Reuters Institute for the Study of Journalism, 16 ottobre 2026.

Redazione Zero, Statuto (consultato il 27 ottobre 2026).

Le citazioni dall’inglese sono tradotte da me.

Daniele Chieffi

Giornalista, scrittore, docente e consulente di reputazione e crisi. Fondatore di Bi Wise, Senior Executive Partner di The Magician, presidente di NoaCom. Il suo ultimo libro è Il medIAtore (FrancoAngeli, 2026). Tutti i libri.

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