Che cosa legge di voi chi vi cerca su Google, prima ancora di decidere se cliccare? Sempre più spesso, una frase che non avete scritto. Secondo i dati Sensemakers-Comscore ripresi dall’ANSA il 24 ottobre, a giugno le AI Overview di Google comparivano nel 22% delle ricerche fatte da computer in Italia. Ad aprile 2025 erano all’8%. Gli assistenti di intelligenza artificiale, ad agosto, hanno raggiunto 18,9 milioni di visitatori unici: il 40% della popolazione online, il doppio rispetto all’inizio del 2025. E la crescita più forte, +96,4%, riguarda gli over 45. Cioè, molto spesso, chi decide.
Nello stesso articolo Irene Di Deo, ricercatrice senior dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, lo dice in modo netto: «non basta più contare i clic». Alle aziende servono strumenti e processi per capire quanto e in che modo farsi notare dall’IA, perché verrà «visto» solo chi saprà organizzare le proprie informazioni.
È un passo avanti rispetto all’ossessione per il traffico. Ma si ferma sulla soglia.
Farsi notare è visibilità. Essere raccontati bene è reputazione. E la seconda non discende dalla prima.
La SEO ci ha abituati a pensare per posizioni: primo, terzo, decimo risultato. Una lista si scala. Una risposta no. Quando la sintesi compare in cima alla pagina la domanda non è più se ci siete, ma come ci siete: con quale aggettivo, accanto a quale fatto, dentro quale cornice. Il sistema non legge la vostra storia, legge i mattoni. Frammenta i testi, li pesa, li ricompone; i conflitti non si risolvono, le sfumature si comprimono. Ne esce una frase plausibile, ben scritta, all’apparenza neutra. Ne Il medIAtore la chiamo identità generata: accanto all’identità che un’organizzazione pensa di avere e a quella che gli altri percepiscono, ce n’è una terza, quella che un sistema restituisce a chiunque lo interroghi. Non l’avete scritta voi.
Di Deo aggiunge un dettaglio che pesa più dei numeri: la risposta dell’IA «spesso non è quella che racchiude l’unica verità possibile». Appunto. Ma chi la legge non lo sa, o non se lo chiede. La trova in cima alla pagina, scritta bene, senza firma, e la tratta come un dato.
Qui la questione smette di essere di marketing e diventa di reputazione. Un articolo sbagliato si contesta: c’è un giornalista, un direttore, un diritto di rettifica. Una sintesi sbagliata no. Non ha un autore a cui scrivere, non ha un desk, non pubblica errata corrige. Cambia da una domanda all’altra, da un utente all’altro, e non conserva memoria di ciò che ha detto ieri. Con questo intermediario non si negozia. Lo si influenza in un solo modo, attraverso il corpus che trova: la qualità e la coerenza delle tracce che parlano di noi.
Ad aprile, su questo blog, scrivevo che il nostro pubblico non ci legge più, perché si ferma alla sintesi. I numeri di ottobre dicono che in poco più di un anno quella sintesi è quasi triplicata. Il calo dei clic era il sintomo. Il fatto, più scomodo, è che la prima impressione su di noi la forma un testo che non controlliamo.
Che cosa fare, allora, oltre a farsi notare? Partire dalla domanda che quasi nessuno si pone: come sono già raccontato? Prima di produrre un contenuto in più conviene interrogare i sistemi con le domande che un cliente, un giornalista o un candidato farebbero su di noi, e annotare le risposte: quali fonti vengono citate, quale aggettivo ritorna, che cosa manca. Poi lavorare sullo scarto fra quella risposta e ciò che siamo, non sulla quantità. La GEO, l’ottimizzazione per i motori generativi, ha già una sua letteratura accademica. Ma la differenza va detta chiara: la SEO lavora sulla posizione in una lista, la GEO lavora sulla rappresentazione dentro una risposta. È un lavoro di reputazione prima che di posizionamento.
E non si fa una volta sola. Le risposte cambiano con i modelli, con le fonti, con le notizie della settimana. Va ripetuto con regolarità, perché la risposta di oggi non è quella di domani.
Resta una domanda. Se più di una ricerca su cinque, da computer, si chiude su una frase scritta da una macchina, chi in azienda ha il compito di leggerla?
Fonti
Caffo A., «L’IA si sta prendendo anche la ricerca web e avvicina il rischio “zero clic”», ANSA, 24 ottobre 2026 (dati Sensemakers-Comscore).
Aggarwal P. et al. (2024), «GEO: Generative Engine Optimization», Proceedings of KDD ’24.
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