Il nuovo reputation management si chiama Geo? Sì, se assumiamo che esiste una tendenza precisa ovvero che mese su mese l’incremento delle ricerche Ai-based cresce del 700%. Una manciata di mesi e i motori di ricerca “tradizionali” saranno archeologia digitale. Cosa c’entra questo con la reputazione? Se fino ad adesso costruire la reputazione di un soggetto, magari la tua, voleva dire governare l’impatto percettivo che ogni esposizione avesse su audience e stakeholders, oggi c’è un interlocutore nuovo, che si frappone fra questi e il soggetto in questione: l’AI.
Un Large Language Model aggrega, sintetizza, connette. Quando qualcuno cerca attraverso un sistema di intelligenza artificiale, non ottiene una raccolta di link da valutare — ottiene una narrativa già confezionata. Una sintesi di tutto ciò che è stato scritto su di te, pesato, filtrato, restituito come profilo coerente. Tu non eri in sala quando quel profilo è stato costruito.
Il punto non è tecnico. È epistemologico. La domanda da porsi non è “cosa sa il modello di me” ma “chi sono io per il modello”. Perché quella versione di te — quella che l’LLM restituisce a chi ti cerca — è già operativa. Qualcuno prende decisioni basandosi su di essa. Decide se invitarti a un evento, se affidarti un incarico, se citarti come esperto, se ignorarti del tutto. Il tuo primo biografo non ti ha chiesto nulla. Ti ha semplicemente scritto.
Possiamo dire che la reputazione va quindi costruita “agli occhi” degli LLM e non più dei pubblici? Possiamo dire che sia necessario governare la percezione dell’AI e non delle persone? La domanda inizia a diventare centrale, soprattutto se consideriamo quanto velocemente l’AI stia cambiando la modalità di accesso alla realtà degli utenti, di noi tutti. Sempre più chiediamo all’AI di spiegare, di raccontare, di organizzare la conoscenza di qualcosa, non più, come accadeva con i motori di ricerca tradizionali, di trovare ciò che poi avremmo utilizzato per costruirci un’opinione, un’idea, la nostra conoscenza.
In questo senso l’intelligenza artificiale sta modificando direttamente il nostro impianto cognitivo, restituendoci costrutti che percepiamo come autorevoli, certi, “veri”. Un modello che ti descrive e che sembra neutro, oggettivo, enciclopedico. Non assomiglia a un pettegolezzo né a una recensione. Assomiglia a un fatto.
Qui si gioca la sfida reale della reputazione nell’era dei sistemi generativi. Non si tratta di presidiare i risultati di ricerca tradizionali, di ottimizzare un profilo LinkedIn, di costruire una strategia di personal branding. Si tratta di capire quali tracce digitali — articoli, citazioni, interventi pubblici, riferimenti, menzioni — diventano materiale grezzo per la narrazione automatica. E di iniziare a produrre, deliberatamente, il tipo di contenuto che vuoi venga sintetizzato.
Tutto questo si chiama Geo, ovvero generative engine optimization, una disciplina completamente nuova che sta velocemente sostituendo la Seo. La differenza è che la Geo si costruisce molto sulla qualità percepita dagli LLM dei contenuti che trova. Di tutti i contenuti, social compresi. In sintesi siamo di fronte a uno scenario che presuppone la capacità dei comunicatori di “governare la percezione” degli LLM, prima ancora di quella dei pubblici, perché poi quest’ultima è una conseguenza diretta del racconto dell’AI.




